Touch Design

Il touchscreen e la sua tecnologia

All’inizio ci sembravano un po’ magia, al giorno d’oggi invece gli schermi touchscreen popolano le nostre esistenze e fanno parte integrante della maggior parte dei dispositivi che utilizziamo nella vita quotidiana, dagli smartphone ai tablet, dagli smartwatch ai dispositivi bancomat.

Il touchscreen quindi non ci stupisce più, tanto che magari nemmeno ci chiediamo come possa mai funzionare. In realtà dietro agli schermi touch non c’è un’unica tecnologia, ma esistono due tipologie diverse di schermi touch che funzionano secondo presupposti differenti. Essi vengono definiti con due termini distinti: resistivo e capacitivo. Ecco quali sono le differenze tra l’uno e l’altro. Il touchscreen resistivo è formato da due strati di materiali conduttivi trasparenti; il materiale che viene usato più comunemente è l’ossido di litio e stagno detto ITO. I due strati, ad ognuno dei quali è associata una specifica tensione, devono essere nettamente separati tra di loro. Si capisce quindi che, nel momento in cui si tocca lo strato più superficiale dello schermo, questo entra in contatto con quello sottostante innescando una reazione sul circuito elettrico, poiché viene creata una nuova tensione differente da quella iniziale. La resistenza generata da questa operazione renderà il dispositivo in grado di capire dove lo schermo è stato toccato, e quindi di dare il via all’operazione associata a quel punto. Gli schermi resistivi sono quelli che funzionano grazie all’ausilio di un pennino o dei guanti: è la pressione stessa ad innescare il contatto e quindi è solo necessario premere con una certa decisione. Lo schermo touch capacitivo invece opera su presupposti molto diversi, per quanto anch’esso, di base, sia formato da due strati separati. Questi strati sono formati da circuiti elettrici attraversati da campi elettrici. Quando si tocca lo strato superiore con il dito, che possiede una sua carica, il campo elettrico dello strato inferiore cambia, ed è questo ad innescare una reazione. Questo schermo si chiama capacitivo perché il valore che viene mutato dal tocco del polpastrello viene definito “capacitanza”, che è l’attitudine posseduta da certi corpi di accumulare carica elettrica. Lo schermo capacitivo consente anche il multitocco, ovvero risponde a più input dati in più punti diversi, ma assolutamente non risponde nel momento in cui lo si tocchi con mani vestite da guanti. Il motivo è semplice: il guanto non possiede carica elettrostatica, a meno che, ovviamente, non si usino dei guanti appositi che si possono trovare in commercio. Per chi soffre molto il freddo in inverno ma non vuole comunque rinunciare ad usare il suo smartphone, infatti, è possibile acquistare dei guanti che sulle punta delle dita possiedono una fibra speciale che permette la conduzione tra il dito stesso e il guanto. Quindi, toccando uno schermo touch capacitivo con questi guanti è possibile innescare il circuito elettrico e ottenere l’effetto desiderato senza avere la necessità di sfilare i guanti. Se si vuole ottenere lo stesso effetto con un intervento casalingo, lo si potrebbe fare cucendo un filo di nylon sulla punta delle dita dei guanti che si indossano. La maggior parte dei dispositivi touch di ultima generazione usa lo schermo capacitivo, che è di gran lunga il più diffuso oggigiorno; gli schermi resistivi invece sono stati i primi che la tecnologia è riuscita a mettere a punto e che sono stati montati sui primi smartphone usciti in commercio, che in genere erano corredati da un pennino da usare per premere sullo schermo.

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